L'esclusione volontaria e legale del socio di s.n.c.

L'esclusione quale manifestazione del potere disciplinare vantato dalla società nei confronti dei soci

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Nell’ambito delle cause di scioglimento del vincolo sociale limitatamente a un socio di società di persone, s.n.c. in particolare, si pone l’esclusione, contemplata dal codice civile agli articoli 2286, 2287, 2288. Essa produce i propri effetti indipendentemente dalla volontà del socio escluso ed anche contro di essa.

L’esclusione (facoltativa) può essere considerata come una manifestazione del potere disciplinare vantato dalla società nei confronti dei soggetti che ne fanno parte, quale conseguenza estrema di eventi che rendono intollerabile la presenza del socio all’interno della compagine sociale.

Tale intollerabilità è da riconnettere tanto ad eventi che oggettivamente incidono sull’attitudine del socio a risultare produttivo per la società (es. la sopravvenuta incapacità di agire), quanto a condotte censurabili (si pensi all’esclusione per gravi inadempienze).

L’art. 2288 c.c. prevede le ipotesi in cui il socio viene escluso di diritto, automaticamente. La fattispecie si differenzia quanto ad efficacia rispetto a quella dell’esclusione c.d. facoltativa. Quest’ultima, infatti, segue, ai sensi dell’art. 2287 c.c. a una deliberazione degli (altri) soci ovvero ad un provvedimento del giudice (nell’ipotesi di società composta da due soci soltanto, uno dei quali da escludere). L’esclusione di diritto opera, invece, automaticamente, non appena verificatosi il fatto che la origina. Eventualmente potrà sorgere una controversia circa la sussistenza dell’evento che integra una delle cause di esclusione di diritto. La relativa pronunzia, con la quale si accerterà se la detta causa abbia avuto luogo, avrà natura meramente dichiarativa.

La ratio dell’art. 2288 c.c. va individuata nella indispensabilità di proteggere sia la società, sia gli altri soci da eventi che, pur sortendo un’efficacia immediata sul socio direttamente interessato, ledendone la sfera patrimoniale e personale, non possono non riverberarsi anche sui primi. Così, a mente della norma richiamata, deve anzitutto essere escluso il socio fallito. A mente del II comma della disposizione in esame viene parimenti escluso di diritto ”il socio nei cui confronti un suo creditore particolare abbia ottenuto la liquidazione della quota” a norma dell’art. 2270 c.c.

Il detto elenco di cause di esclusione possiede una portata tassativa: non v’è dunque spazio per l’introduzione convenzionale di ulteriori ipotesi.

Cosa accade nell’ipotesi, invero infrequente, in cui la pronunzia dichiarativa di fallimento che abbia riguardato il socio, sia stata successivamente revocata? E’ stato deciso che, in detta ipotesi, la qualità di socio sia automaticamente ripristinata con efficacia retroattiva (Cass. Civ., Sez. III, 6734/11).

Con riferimento all’esclusione facoltativa, invece, vengono qualificate cause di esclusione quegli eventi in seguito ai quali gli altri soci possono deciderne l’estromissione dalla compagine sociale. Ad esse si riferisce l’art. 2286 c.c.. E’ possibile che si tratti di situazioni previste dalla legge ovvero contemplate nei patti sociali. La consultazione dei patti sociali si rende, pertanto, sempre necessaria. In ogni caso occorre che abbia luogo un procedimento al termine del quale il socio cessa di far parte della società. Diversamente, in caso di esclusione di diritto, l’esclusione avrebbe luogo automaticamente, salvo l’eventuale giudizio instauratosi per la contestazione di detta efficacia automatica.

Ciò premesso, la norma sull’esclusione volontaria dispone che l’esclusione di un socio possa aver luogo per gravi inadempienze delle obbligazioni discendenti dalla legge o dal contratto sociale ed anche in esito alla conclamata perdita, anche parziale, della capacità di agire ovvero per aver riportato una condanna ad una pena che implica l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici. Ancora, può essere escluso ai sensi del II comma dell’art. 2286 cod. civ. il socio che ha conferito nella società la propria opera o il godimento di una cosa a causa della sopravvenuta inidoneità a svolgere l’opera conferita o per il perimento della cosa dovuta a causa non imputabile agli amministratori. Infine, a mente del III comma della disposizione in esame, può essere escluso il socio che si è obbligato con il conferimento a trasferire la proprietà di una cosa, se questa è perita prima che la proprietà sia acquistata dalla società.

La disciplina relativa al procedimento di esclusione (facoltativa) del socio è prevista dall’art. 2287 c.c..

Essa segue differenti percorsi in dipendenza del numero dei componenti della compagine sociale. Quando infatti la società è composta da due soci soltanto è chiaro come l’esclusione di uno sia riferibile alla reazione esclusiva dell’altro. E’ in altri termini più facile che si radicalizzino contrapposizioni personalistiche che preludano ad una lite, ciò che consiglia di adottare cautele ulteriori rispetto al caso in cui più soci abbiano ad adottare il provvedimento di esclusione.

A norma dell’art. 2287 c.c., se la società è composta da due soli soci l’esclusione di uno di essi dovrà essere pronunciata dal tribunale, su domanda dell’altro. Ciò in quanto la maggioranza utile a deliberare l’esclusione non potrebbe altrimenti formarsi. Al giudice andranno dimostrate le cause che possono essere addotte a fondamento della pronuncia di esclusione, quali, ad esempio, le gravi inadempienze delle obbligazioni discendenti dalla legge o dal contratto sociale o gli eventi che rendono intollerabile la presenza di un socio all’interno della compagine sociale.