Risarcimento del danno e violazione dei doveri che nascono dal matrimonio

Violazione dei doveri coniugali, di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di coabitazione e di contribuzione

 La violazione dei doveri di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di coabitazione e di contribuzione che caratterizzano il vincolo matrimoniale (art. 143 c.c.) ha sempre trovato rimedio nelle sanzioni tipiche dell’addebito della separazione, della sospensione del dovere di assistenza nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare, rifiuti di tornarvi (art. 146 c.c) e nella pronuncia di una sentenza di condanna utile per l’iscrizione di ipoteca giudiziale, ovvero di misure cautelari per il caso d’inadempimento degli obblighi di contribuzione.

Il rimedio del risarcimento del danno per illecito extracontrattuale è sempre stato ritenuto estraneo ai rapporti familiari sull’assunto che i doveri nascenti dal matrimonio avessero natura morale più che giuridica, così espressamente Cassazione 22.03.1993 n. 3367: “l’addebito della separazione ad un coniuge comporta solo gli effetti previsti dalla legge, ma non comporta la violazione di un diritto dell’altro coniuge in relazione alla quale poter invocare la tutela risarcitoria ex art. 2043 c.c.”.

La prospettiva cambia quando comincia ad affermarsi l’idea di famiglia come comunità privilegiata per la realizzazione della personalità di ciascun familiare e così già il Tribunale di Milano, con sentenza del 10 febbraio 1999 in Dir.fam., 2001, p. 988, può affermare che: “i danni da violazione dei doveri coniugali sono risarcibili, non sussistendo, al riguardo, deroga alla clausola generale di responsabilità di cui all’art. 2043 c.c.: difatti, ai doveri derivanti dal matrimonio si deve riconoscere natura sicuramente giuridica e non soltanto morale, con la conseguenza che può affermarsi come da essi discenda un diritto soggettivo di un coniuge nei confronti dell’altro a comportamenti rispondenti a tali obblighi”.

Affermazione che troverà conferma nelle pronunce della Cassazione, prima fra tutte nella sentenza 10.05.2005 n. 9801, e poi nelle successive, quali Cass. n. 18853 del 15.09.2011, ove espressamente viene ribadito che la violazione dei doveri che derivano dal matrimonio: “non trova necessariamente la propria sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quali la sospensione del diritto all’assistenza morale e materiale nel caso di allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare ai sensi dell’art. 146 cod.civ., l’addebito della separazione, con i suoi riflessi in tema di perdita del diritto all’assegno e dei diritti successori, il divorzio e il relativo assegno, con gli istituti connessi. Discende infatti dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che il comportamento di un coniuge non soltanto può costituire causa di separazione o di divorzio, ma può anche, ove ne sussistono tutti i presupposti secondo le regole generali, integrare gli estremi di un illecito civile”.

Ovviamente non sempre ed in ogni caso vi sarà danno risarcibile, pur in presenza della violazione dei doveri che derivano dal matrimonio o di addebito della separazione, dovendosi in particolare riscontrare la sussistenza degli elementi tipici dell’illecito extracontrattuale: condotta illecita, ingiusta lesione di interessi tutelati dall’ordinamento, nesso causale tra la prima e la seconda, sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso e, per il caso dei danni non patrimoniali, la sussistenza di una norma che espressamente ne prevede la risarcibilità, caso tipico è l’illecito penale, ovvero quello in cui vi sia lesione di diritti inviolabili, oggetto di tutela costituzionale.

In tale ultima ipotesi “il danno non patrimoniale sarà risarcibile ove ricorrano contestualmente le seguenti condizioni: a) che l’interesse leso (e non il pregiudizio sofferto) abbia rilevanza costituzionale; b) che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità, come impone il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost.; c) che il danno non sia futile, ma abbia una consistenza che possa considerarsi giuridicamente rilevante” (Cass. 18853/2011).

In tale ottica la violazione del dovere di fedeltà potrà dare adito ad una responsabilità aquiliana e quindi potrà essere fonte dell’obbligo di risarcire il danno non patrimoniale qualora si accompagni alla violazione di un “diritto costituzionalmente protetto, evenienza che può verificarsi… ove si dimostri che l’infedeltà, per le sue modalità e in relazione alla specificità della fattispecie, abbia dato luogo a lesione della salute del coniuge… Ovvero… abbia trasmodato in  comportamenti che, oltrepassando i limiti dell’offesa di per sé insita nella violazione dell’obbligo in questione, si siano caratterizzati in atti specificamente lesivi della dignità della persona, costituente bene costituzionalmente protetto” ( Cass. 18853/2011).

La più volte citata sentenza della Corte di Cassazione conclude  infine affermando la natura autonoma dell’azione per il risarcimento del danno dalla pronuncia sull’addebito della separazione, nel senso che la “violazione dei doveri nascenti dal matrimonio non trova necessariamente la propria sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, ma, ove ne sussistano i presupposti secondo le regole generali, può integrare gli estremi dell’illecito civile”.