Danno differenziale e complementare negli infortuni sul lavoro

Deroghe alle previsioni di cui all'art. 10 d.p.r. n. 1124 del 1965

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La regola generale sancita dall’art. 10 d.p.r. n. 1124 del 1965 secondo la quale il datore di lavoro è esonerato da responsabilità civile per gli infortuni sul lavoro del dipendente in virtù dell’assicurazione obbligatoria è derogata in presenza di una responsabilità del datore di lavoro per un reato perseguibile d’ufficio. In tal caso, il risarcimento dovuto dal datore di lavoro è solamente quello che eccede le indennità liquidate dall’Inail (cd. danno differenziale). Dal danno differenziale si distingue il cd. danno complementare che sta ad indicare quei danni che esulano dalla copertura assicurativa Inail e che, quindi, non sono sottoposti alla regola della limitazione del risarcimento.

Rientra nell’ambito del danno complementare il danno biologico temporaneo qualitativamente diverso dall’indennità giornaliera per inabilità temporanea erogata dall’Inail avente natura esclusivamente patrimoniale (perdita della retribuzione). Più controversa è la riconduzione del danno morale nell’ambito del c.d. danno complementare o del danno differenziale; a seconda che il danno morale sia considerato parte del danno biologico in quanto espressione di sofferenze fisiche e psichiche potrà ricondursi al danno differenziale (così Trib. Vicenza 10.02.2009, RIDL, 2009,II, 898) oppure al danno complementare (così Trib. Genova n. 2116/2009 in Spera 2013, 59).

Più agevole è l’inquadramento del c.d. danno esistenziale (effetti relazionali del danno) nell’ambito del danno differenziale stante l’espresso richiamo dell’art. 13, c. 2, lett. a, d.lgs n. 38 del 2000 secondo il quale gli “aspetti dinamico-relazionali” sono ricompresi nella tabella delle menomazioni utilizzata per la quantificazione del danno biologico. Infine, è ricondotto nell’ambito del danno complementare il danno biologico permanente inferiore al 6%.

Molto discussa è l’applicazione della presunzione di colpa in capo al datore di lavoro sancita dall’art. 1218 c.c per le obbligazioni contrattuali, qualora il lavoratore agisca per la  risarcibilità del danno differenziale. Proprio perché tale tipo di danno presuppone un reato perseguibile d’ufficio, alcuni ritengono che il lavoratore sia gravato dell’onere della prova della colpa del datore di lavoro; altri, la soluzione sembra tuttavia preferibile, ritengono invece che la colpa del datore di lavoro dovrebbe essere presunta sulla base del disposto dell’art. 2087 c.c., dovendo il datore di lavoro provare di avere adottato tutte le misure necessarie ad evitare il danno.

Il lavoratore dovrà dunque più semplicemente provare la diversa quantificazione del danno rispetto all’indennizzo erogato o quantificato dall’Inail, sia in conseguenza di una diversa determinazione della lesione all’integrità psicofisica in sede civile rispetto a quella in sede previdenziale, sia in conseguenza di un diverso criterio di monetizzazione della lesione (confronto fra le tabelle Inail e le tabelle di matrice giurisprudenziale).

La comparazione fra risarcimento richiesto e indennizzo erogato o quantificato dall’Inail andrà fatta in modo sintetico, sottraendo l’intero importo dell’indennizzo dall’ammontare del risarcimento .